Martedì 11 Agosto 2026
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Focus

Il mondo dopo Hormuz

Sono passati quattro mesi dalla chiusura dello Stretto e il mercato sta iniziando ad apprezzare la riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre il sistema globale deve ancora assorbire la produzione persa, la quantità di scorte strategiche ridotte, i danni permanenti al LNG qatariota e il costo di una resilienza energetica che resterà molto più a lungo della crisi militare.

Lettura operativa. Il prezzo spot del petrolio può normalizzarsi rapidamente se lo Stretto rimarrà aperto come da accordi, ma il costo strutturale della sicurezza energetica no. Il blocco di Hormuz ha già trasformato assicurazioni, stoccaggio, pipeline, terminali, contratti di lungo periodo e diversificazione delle forniture in nuove voci permanenti di spesa pubblica e privata.

Flussi petroliferi pre-crisi
~20 mln b/g
Circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio.
Contrazione dei transiti
−95%
Da 129 a 6 navi giornaliere in media.
Shock sull’offerta
−10,1 mln b/g
La maggiore interruzione mai registrata dal mercato petrolifero.
Riserve IEA rilasciate
400 mln bbl
Il più grande intervento coordinato nella storia dell’Agenzia.
LNG mondiale via Hormuz
19%
Flussi con alternative logistiche estremamente limitate.
Capacità LNG Qatar persa
17%
Riparazioni stimate tra tre e cinque anni.
Fertilizzanti via Golfo
16 mln t
Quasi un terzo del commercio marittimo mondiale.
Crescita globale 2026
2,5%
Il ritmo più debole fuori dalle recessioni degli ultimi vent’anni.

Executive summary

Dopo la quasi paralisi iniziata il 28 febbraio, lo Stretto di Hormuz sta mostrando i primi segnali di riapertura. In questi giorni alcune petroliere e metaniere sono tornate a transitare. Questo è dovuto ai negoziati tra Stati Uniti e Iran, che hanno prodotto una roadmap di 60 giorni e di conseguenza il Brent ha rapidamente restituito una parte consistente del premio geopolitico accumulato durante la fase più acuta della crisi.

Questa reazione è coerente con il funzionamento dei mercati finanziari, perché, come sappiamo bene, tendono a scontare tutto in anticipo. Motivo per cui il prezzo del petrolio non attende che ogni nave sia tornata in movimento, che ogni impianto sia nuovamente operativo, ma anticipa la probabilità che ciò possa accadere. La ripresa dei negoziati è stata quindi sufficiente per riportare il Brent molto al di sotto dei massimi raggiunti durante la crisi.

L’economia reale, però, ha un diverso funzionamento. Produzione, assicurazioni, terminali, scorte strategiche, contratti LNG, fertilizzanti e catene logistiche non si normalizzano attraverso una dichiarazione diplomatica. Le compagnie di navigazione devono quindi verificare la sicurezza delle rotte, gli assicuratori devono tornare a coprire i viaggi a condizioni sostenibili, le mine devono essere rimosse dai fondali e gli impianti danneggiati devono essere ricostruiti.

Per un investitore professionale la distinzione decisiva passa tra il prezzo spot dell’energia e il costo strutturale della sicurezza, perché il primo può scendere con molta rapidità attraverso delle semplici dichiarazioni, mentre il secondo è già aumentato e resterà incorporato nel sistema per anni.

Nel grafico seguente osserviamo i dati relativi al corridoio di Hormuz
Quota del commercio marittimo mondiale che attraversa lo Stretto di Hormuz
Il peso sistemico del passaggio. Prima del conflitto, attraverso Hormuz transitava il 38% del commercio marittimo di greggio, il 29% dell’LPG e il 19% del LNG e dei prodotti petroliferi raffinati. Fonte: UN Trade and Development, su dati Clarksons Research.

Una chiusura più economica che militare

Durante la crisi, la chiusura non è stata assoluta, perché alcune navi hanno continuato a transitare attraverso corridoi selettivi, autorizzazioni politiche o passaggi protetti. Dal punto di vista economico, tuttavia, la distinzione è marginale. Quando il traffico passa da una media di 129 navi al giorno ad appena 6, la rotta non è più realmente disponibile per il commercio internazionale.

La chiusura è stata quindi de facto, non necessariamente formale, perché per quasi quattro mesi una delle arterie più importanti del sistema energetico mondiale è diventata imprevedibile, costosa e in alcuni momenti inutilizzabile. Prima del conflitto vi transitavano ogni giorno circa 14 milioni di barili di greggio e condensati, altri 6 milioni di barili di prodotti raffinati, e a questa componente petrolifera si aggiungeva quasi un quinto del LNG mondiale, prevalentemente esportato dal Qatar e diretto verso l’Asia.

Nel grafico seguente osserviamo il crollo dal 28 febbraio, una discesa di quasi il 95%
Crollo dei transiti giornalieri attraverso lo Stretto di Hormuz
Il numero medio di navi è passato da 129 al giorno tra il 1° e il 27 febbraio a 6 nel mese di marzo, una contrazione del 95%. Fonte: UN Trade and Development, su dati Clarksons Research Shipping Intelligence Network.

Hormuz è un punto cruciale nelle rotte marittime. Arabia Saudita ed Emirati Arabi dispongono di pipeline che permettono di portare una parte del greggio rispettivamente verso il Mar Rosso e il porto di Fujairah, già oltre lo Stretto. La capacità aggiuntiva realisticamente utilizzabile è però compresa tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno, molto meno dei volumi movimentati in condizioni normali.

Per il gas la rigidità è ancora maggiore, perché il petrolio può essere accumulato, trasferito o reindirizzato parzialmente, mentre il LNG qatariota deve essere caricato su metaniere e deve attraversare lo Stretto. Non esiste una pipeline terrestre capace di spostare volumi equivalenti verso un terminale di esportazione esterno al Golfo.

Qui sotto osserviamo le alternative esistenti, che però non possono sostituire Hormuz.

Nel grafico sottostante osserviamo le alternative esistenti, che però non possono sostituire Hormuz
Mappa IEA delle rotte petrolifere alternative allo Stretto di Hormuz
La East-West Pipeline saudita verso Yanbu e la Abu Dhabi Crude Oil Pipeline verso Fujairah offrono capacità di bypass, ma coprono solo una parte dei flussi ordinari. Fonte: International Energy Agency, CC BY 4.0.

La riapertura annunciata a giugno non elimina immediatamente questi vincoli. Gli armatori devono verificare che l’accordo politico sia stabile, che le rotte siano state bonificate e che le coperture assicurative siano di nuovo disponibili. Una normalizzazione finanziaria può quindi precedere quella fisica, ma non bisogna fare l’errore di confonderla con essa.

Petrolio: dalla scarsità record a un possibile surplus

La chiusura di Hormuz ha provocato una contrazione dell’offerta globale di 10,1 milioni di barili al giorno nel solo mese di marzo. L’IEA l’ha definita la maggiore interruzione mai registrata nella storia del mercato petrolifero. La produzione dei paesi OPEC+ è diminuita di 9,4 milioni di barili al giorno, mentre raffinatori e consumatori hanno iniziato a utilizzare le scorte disponibili per sostituire i carichi rimasti bloccati nel Golfo.

A maggio sono state registrate mancate forniture cumulative per i produttori del Golfo superiori a un miliardo di barili. L’offerta mondiale risultava ancora 13,6 milioni di barili al giorno inferiore ai livelli precedenti al conflitto.

Nel grafico sottostante osserviamo il repricing dovuto alla scarsità dell’offerta
Andamento dei prezzi di Brent, WTI, Urals e Dubai dopo l'escalation
Le principali qualità di greggio hanno registrato un repricing violento dopo il 28 febbraio. L’indice Dubai ha risentito direttamente dell’impossibilità di nominare qualità che richiedevano il transito attraverso lo Stretto. Fonte: UN Trade and Development, su dati LSEG Data & Analytics.

La risposta dei governi è stata immediata e proporzionata alla gravità dello shock. I paesi membri dell’IEA hanno autorizzato il rilascio di oltre 400 milioni di barili dalle riserve d’emergenza, registrando il più grande intervento coordinato nella storia dell’Agenzia. Le riserve pubbliche dei paesi OCSE sono così scese ai livelli più bassi dal 1990.

Il rilascio ha limitato l’immediata scarsità, con il conseguente spostamento di una parte della domanda nel futuro. I barili utilizzati dovranno quindi essere ricomprati ed è probabile che i governi cerchino di ricostruire le scorte durante una fase di prezzi più bassi e con maggiore disponibilità, creando una fonte di domanda capace di sostenere il mercato anche dopo il ritorno della produzione del Golfo.

Evidence stack · IEA Oil Market Report, giugno 2026

La stessa crisi che ha creato la scarsità può preparare un eccesso di offerta

L’IEA prevede una riduzione della domanda mondiale di 1,1 milioni di barili al giorno nel 2026, seguita da un recupero di circa 2 milioni nel 2027. L’offerta dovrebbe invece diminuire di 3,9 milioni nel 2026 e rimbalzare di circa 8 milioni nel 2027, fino a 110,3 milioni di barili al giorno.

Il ritorno simultaneo della capacità del Golfo, in un contesto di domanda indebolita dai prezzi elevati e dalla minore attività economica, potrebbe quindi trasformare la più grave scarsità mai registrata in una fase di abbondanza già nel prossimo anno.

−1,1 mln b/gDomanda globale prevista nel 2026
−3,9 mln b/gOfferta globale prevista nel 2026
+8 mln b/gRimbalzo dell’offerta nel 2027
minimo 1990Scorte governative OCSE

Quanto detto sopra sarebbe la conseguenza naturale della riattivazione di capacità produttiva precedentemente bloccata, mentre la domanda continua a risentire di prezzi elevati, della debolezza economica e della sostituzione energetica. La tesi di lungo periodo non può essere costruita sull’idea di un Brent permanentemente sopra i 100 dollari, perché la crisi può lasciare un premio strutturale senza produrre prezzi strutturalmente elevati. Quel premio si manifesterà attraverso maggiore volatilità, curva futures più sensibile ai rischi fisici, incremento delle coperture, nuove riserve strategiche, infrastrutture duplicate e differenze più ampie tra aree geografiche e qualità del greggio.

Shipping e assicurazioni. La parte invisibile dello shock

Quello che ci balza subito all’occhio è come sia aumentato il costo necessario per spostare l’energia, oltre al fatto di come la chiusura dello Stretto abbia fatto schizzare i prezzi alle stelle. Tra la fine di febbraio e l’inizio di aprile l’indice dei noli del dirty tanker ha raggiunto quota 180 rispetto al livello 100 precedente alla crisi. Per le clean tanker, utilizzate prevalentemente per i prodotti raffinati, l’indice è salito fino a 215.

Nel grafico seguente osserviamo la salita repentina dell’indice
Aumento dei costi di trasporto per clean e dirty tanker
Il costo del trasporto dei prodotti raffinati è più che raddoppiato; anche le petroliere per il greggio hanno subito un repricing eccezionale. Fonte: UN Trade and Development, su dati Baltic Exchange e LSEG.

Il premio assicurativo con rischio di guerra è diventato una componente fissa di ogni viaggio. Andando ad analizzare i numeri, una copertura pari allo 0,25% del valore di una nave da 100 milioni di dollari comporta già una spesa di 250.000 dollari. Se poi il premio sale all’1%, il costo raggiunge un milione per singolo viaggio. Per una metaniera di nuova generazione il valore assicurato può essere molto superiore.

La cosa certa è che sarà difficile eliminare questi costi al passaggio delle prime navi, perché gli assicuratori abbasseranno i premi soltanto quando il rischio osservato sarà ridotto in modo significativo. Una tregua temporanea, dei passaggi intermittenti e nuove minacce possono mantenere elevato il war-risk premium anche con lo Stretto formalmente aperto.

L’effetto poi si trasferisce alle aziende che non operano direttamente nel settore energetico, perché i tempi di consegna più lunghi richiedono ordini anticipati. L’incertezza spinge a detenere più inventario e la diversificazione dei fornitori aumenta la complessità operativa. La supply chain diventa più resiliente, ma molto meno efficiente. C’è un netto passaggio dal just-in-time a una gestione più preventiva delle scorte per proteggersi dalle interruzioni, ma ciò riduce la rotazione del capitale circolante, comprime i rendimenti e ha un effetto tangibile sull’economia.

LNG, dove nessuno guarda

Nel mercato del gas, la riapertura dello Stretto risolve il problema solo in parte. Il punto cruciale è quello relativo agli attacchi contro Ras Laffan, che hanno danneggiato due dei quattordici treni di liquefazione del Qatar e un impianto gas-to-liquids. Una nave quindi può riprendere a transitare non appena le condizioni di sicurezza lo consentono. Un impianto di liquefazione distrutto, invece, non può riprendere la sua produzione attraverso un accordo diplomatico.

Nel grafico sottostante osserviamo la netta variazione del contributo mediorientale dai carichi globali
Variazione annua dei carichi globali di LNG per regione
Nel marzo 2026 la contrazione dei volumi mediorientali ha trascinato in negativo la crescita annua dei carichi globali. Fonte: IEA, CC BY 4.0.
Nell’altro grafico osserviamo come la volatilità sia tornata sui livelli di crisi
Volatilità storica mensile dei prezzi TTF e JKM
La volatilità del JKM asiatico e del TTF europeo è aumentata violentemente, mostrando la fragilità di un mercato fisico meno sostituibile del petrolio. Fonte: IEA, CC BY 4.0.

Le conseguenze vanno oltre il prezzo del gas. Dal processo di liquefazione e dalle attività collegate dipendono condensati, LPG, elio, nafta, zolfo e altri prodotti utilizzati nei settori chimico, manifatturiero e tecnologico. La perdita di capacità qatariota produce quindi una scarsità molto più ampia rispetto alla sola molecola di LNG.

Il potere contrattuale all’interno del mercato cambia, perché gli importatori asiatici avranno maggiore incentivo a bloccare forniture attraverso contratti pluriennali, così riducendo la dipendenza dallo spot. Stati Uniti, Australia e gli altri esportatori esterni al Golfo acquisiscono quindi maggiore rilevanza. L’Europa è dunque costretta a competere con l’Asia per un’offerta più limitata, che rischia di consolidare ulteriormente la propria dipendenza dall’LNG statunitense.

Le scorte diventano uno strumento di politica economica

La Cina ha attraversato la fase più critica della crisi in una posizione relativamente favorevole grazie alle riserve accumulate negli anni precedenti. Pechino ha potuto ridurre gli acquisti durante i picchi di prezzo, evitando così di competere aggressivamente per ogni carico disponibile sul mercato.

La funzione delle scorte strategiche è risultata quindi più ampia della semplice protezione da una carenza fisica, perché un paese dotato di riserve può decidere quando entrare nel mercato, mentre un paese privo di coperture deve acquistare anche quando prezzi, noli e assicurazioni raggiungono livelli estremi e non sostenibili.

India, Giappone, Corea del Sud, paesi del Sud-est asiatico ed economie europee avranno ora un incentivo ad aumentare i giorni di copertura attraverso le proprie riserve. Questo quindi richiederà nuovi serbatoi, terminali, cavità sotterranee, collegamenti logistici e risorse finanziarie per riempirli. Il fenomeno si estenderà probabilmente oltre il petrolio: gas, prodotti raffinati, componenti industriali e materie prime considerate strategiche entreranno sempre più spesso nei programmi di sicurezza economica.

Di conseguenza, una parte della domanda futura non arriverà dal consumo corrente, ma dalla paura di una nuova crisi e dalla necessità di ricostruire le riserve e finanziare un sistema più protetto.

Una lente di osservazione dai fertilizzanti agli alimentari

Hormuz è anche una delle principali arterie mondiali del commercio di fertilizzanti. Possiamo osservare che nel 2024 circa 16 milioni di tonnellate sono state trasportate via mare dalla regione del Golfo, una quantità vicina a un terzo del commercio marittimo globale. Circa il 60% di questi volumi era rappresentato dall’urea.

Nell’immagine seguente osserviamo una dipendenza concentrata sui fertilizzanti azotati
Composizione dei fertilizzanti esportati dal Golfo Persico
L’urea rappresenta circa il 60% dei fertilizzanti trasportati dalla regione; DAP e MAP coprono una parte rilevante dei volumi residui. Fonte: UN Trade and Development, su dati Kpler e UNCTAD.
Nel grafico sottostante osserviamo il nuovo rialzo dei prezzi, che non è un episodio marginale
Indice storico e previsionale dei prezzi dei fertilizzanti
La World Bank prevede un forte aumento nel 2026, seguito da una normalizzazione soltanto parziale nel 2027. Fonte: World Bank, Commodity Markets Outlook, aprile 2026.

La crisi agisce sul settore agricolo attraverso tre canali simultanei. La riduzione delle esportazioni limita la disponibilità fisica, il rialzo del gas naturale aumenta i costi di produzione dei fertilizzanti azotati, mentre noli e assicurazioni rendono più costosa la consegna anche quando il prodotto è disponibile.

L’indice dei fertilizzanti della World Bank è aumentato di oltre il 12% nel primo trimestre del 2026. Ad aprile osserviamo che l’urea ha superato gli 850 dollari per tonnellata, con un incremento dell’80% rispetto a febbraio. Per l’intero anno la Banca Mondiale prevede un rialzo medio dei fertilizzanti superiore al 30% e un aumento vicino al 60% per l’urea.

L’impatto sui prezzi alimentari non si manifesta immediatamente, perché molti agricoltori dell’emisfero settentrionale avevano già acquistato una parte dei prodotti necessari per la stagione corrente. Gli effetti più rilevanti emergeranno quindi nelle campagne successive, quando il costo più elevato potrà ridurre le quantità applicate, modificare la scelta delle colture o comprimere i margini fino a rendere economicamente insostenibili alcune produzioni.

Questa riduzione non genererà inflazione in modo immediato, perché prima indebolirà le rese, poi limiterà l’offerta agricola e infine raggiungerà il consumatore. Quando la seconda ondata arriverà sui prezzi alimentari, il Brent potrebbe essere già tornato su livelli molto inferiori.

Stagflazione e banche centrali

La World Bank prevede che la crescita globale rallenti dal 2,9% del 2025 al 2,5% nel 2026, mentre l’inflazione dovrebbe risalire dal 3,3% al 4,0%. Si tratta dunque di una combinazione sfavorevole, chiamata stagflazione, nella quale troviamo una maggiore inflazione e una minore crescita.

Nel grafico seguente osserviamo la frenata del commercio mondiale
Previsioni di crescita del commercio mondiale nel 2026
Dopo la crescita stimata del 4,7% nel 2025, UNCTAD prevede un rallentamento verso un intervallo compreso tra l’1,5% e il 2,5% nel 2026. Fonte: UN Trade and Development.
Nel seguente grafico osserviamo il rapporto dal petrolio al costo della vita
Relazione tra prezzi del petrolio e inflazione nelle economie sviluppate ed emergenti
Il pass-through è più intenso nelle economie in via di sviluppo, dove valuta, sussidi e maggiore peso dell’energia nel paniere amplificano lo shock. Fonte: UN Trade and Development, OECD e fonti nazionali.

Il rialzo dei tassi non risolverà di certo il problema della produzione di petrolio, della riparazione di un treno LNG o del tentativo di bonificare l’area dello Stretto di Hormuz dalle mine navali. Può soltanto impedire che l’aumento iniziale dei costi venga incorporato in salari, margini aziendali e aspettative. Una politica dunque troppo restrittiva amplifica il rallentamento economico, mentre una politica troppo accomodante aumenta il rischio che lo shock temporaneo diventi persistente.

La BCE prevede che l’inflazione energetica dell’area euro raggiunga il 12,5% nel terzo trimestre del 2026. Il passaggio ai carburanti sarà rapido, mentre gli effetti indiretti su beni industriali, servizi e alimentari continueranno a propagarsi nel 2027. Nelle proiezioni dell’Eurosistema, l’inflazione alimentare raggiunge il proprio picco soltanto nel secondo trimestre del prossimo anno, quindi nel Q2 del 2027.

Nel grafico seguente osserviamo la dispersione degli scenari, che resta estrema
Scenari BCE per i prezzi di petrolio e gas europeo
Lo scenario severo della BCE ipotizza picchi vicini a 165 dollari per il petrolio e oltre 110 euro/MWh per il gas europeo; lo scenario più favorevole contempla una normalizzazione molto più rapida. Fonte: BCE, proiezioni dell’Eurosistema di giugno 2026, su dati Refinitiv.

L’Eurozona rimane particolarmente vulnerabile perché importa gran parte dell’energia che consuma e partecipa al mercato globale del LNG come price taker, mentre gli Stati Uniti dispongono di una produzione domestica superiore e possono beneficiare delle esportazioni di greggio e gas. Tuttavia, anche l’economia americana subirà l’effetto di carburanti più costosi, che si rifletterà sui consumi e sulle aspettative.

La pressione più grave ricadrà poi sui paesi importatori con valute deboli, perché la combinazione tra un’energia negoziata in dollari e il conseguente rialzo delle commodity può causare la svalutazione della moneta nazionale, aumentando quindi il costo delle importazioni, l’inflazione domestica e il servizio del debito estero. Per alcune economie emergenti lo shock energetico potrà trasformarsi in rischio fiscale e sovrano.

La crisi ridisegna la geografia energetica

C’è un netto cambiamento per quanto riguarda la qualità delle riserve energetiche, perché, a differenza di prima, non conta più soltanto la dimensione, ma anche la possibilità di portarle sul mercato senza attraversare alcun chokepoint.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti risultano relativamente più protetti grazie alla East-West Pipeline verso Yanbu e alla linea di Abu Dhabi. Queste infrastrutture non sostituiscono Hormuz, ma permettono ai due paesi di continuare a esportare una parte significativa della produzione anche durante una chiusura.

Qatar, Kuwait e Iraq rimangono molto più esposti. Per il Qatar la situazione è aggravata dalla dipendenza dal LNG e dalla mancanza di una vera alternativa logistica. Il Kuwait si trova nella parte più interna del Golfo, mentre l’Iraq dipende in misura rilevante dalle esportazioni meridionali e dalle entrate petrolifere per finanziare il bilancio pubblico.

La Cina dispone di riserve, capacità finanziaria e un sistema industriale sufficientemente ampio da assorbire meglio lo shock. India e Sud-est asiatico presentano una vulnerabilità maggiore: importano una quota elevata dell’energia consumata, utilizzano sussidi per limitare il costo interno dei carburanti e sono più sensibili alla pressione sulle valute e sulla bilancia commerciale.

L’Europa importa direttamente una quota inferiore dei barili trasportati attraverso Hormuz, ma paga il prezzo marginale globale. Quando l’Asia compete per sostituire LNG e greggio mediorientali, aumenta anche il costo sostenuto dalle imprese europee.

Gli Stati Uniti partono da una posizione relativamente più solida. La produzione domestica, le esportazioni di LNG e l’accesso alle risorse canadesi limitano la vulnerabilità fisica. Raffinerie, terminali e produttori dell’Atlantic Basin beneficiano inoltre della necessità di sostituire parte dei flussi del Golfo.

La crisi crea quindi una dispersione crescente tra importatori ed esportatori, economie dotate di scorte e paesi costretti ad acquistare sul mercato spot, produttori collegati a rotte alternative e produttori intrappolati all’interno dello Stretto.

Un nuovo ciclo di investimenti

La crisi di Hormuz renderà economicamente sostenibili anche progetti che, in condizioni normali, sarebbero stati considerati ridondanti o poco redditizi. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti possono ampliare la capacità delle pipeline esistenti e dei terminali collocati oltre lo Stretto, mentre l’Oman e il porto di Duqm possono assumere un ruolo più importante come piattaforme logistiche rivolte verso l’Oceano Indiano. Qatar, Kuwait e Iraq saranno invece spinti a riesaminare progetti transfrontalieri capaci di collegare la produzione a rotte alternative, riducendo una dipendenza che durante la crisi ha mostrato tutta la propria fragilità.

Lo stesso processo riguarderà i paesi importatori, che dovranno destinare maggiori risorse a stoccaggi, rigassificatori, terminali petroliferi, reti elettriche, interconnessioni e sistemi di fuel switching. Si apre così un ciclo di spesa favorevole alle società attive nell’ingegneria, nelle infrastrutture, nei servizi energetici, nella terminalistica e nello stoccaggio. La maggiore sicurezza avrà però un costo, perché impianti e collegamenti alternativi dovranno essere finanziati e mantenuti anche nei periodi in cui resteranno parzialmente inutilizzati. Il capitale impiegato sarà quindi meno efficiente, ma il sistema potrà affrontare con maggiore solidità una nuova interruzione delle forniture.

Questo cambiamento sosterrà contemporaneamente gli investimenti nelle fonti fossili e nelle tecnologie pulite. Nel breve periodo i governi potranno aumentare l’estrazione domestica, il consumo di carbone, le importazioni di LNG e l’utilizzo dei prodotti petroliferi. Su un orizzonte più lungo, tuttavia, la vulnerabilità delle rotte marittime rafforzerà il valore economico delle rinnovabili, del nucleare, delle batterie, delle reti elettriche e dell’efficienza energetica. Produrre più energia all’interno dei confini nazionali, elettrificare i trasporti e ampliare i sistemi di accumulo significa ridurre l’esposizione ai combustibili importati. La transizione energetica assume quindi anche una funzione strategica: limitare la dipendenza da rotte che possono essere interrotte o controllate militarmente.

Scenario map

ScenarioCondizioniEnergiaMacro e mercati
Normalizzazione controllataAccordo rispettato, bonifica delle rotte e ritorno graduale dei transiti.Pressione ribassista sul Brent; LNG ancora sostenuto dai danni qatarioti; il riempimento delle scorte limita il ribasso.Disinflazione energetica, recupero degli importatori e compressione del premio geopolitico.
Riapertura instabilePassaggi intermittenti, autorizzazioni selettive e assicurazioni ancora costose.Volatilità elevata del petrolio; premio persistente su LNG, shipping e prodotti raffinati.Inflazione più vischiosa, pressione sui margini industriali, sulle valute degli importatori e sul credito.
Nuova chiusuraFallimento dei negoziati, nuovi attacchi o blocco delle rotte.Ritorno del Brent verso i massimi, scarsità fisica di LNG e prodotti raffinati.Nuovo shock inflazionistico, risk-off globale e deterioramento fiscale delle economie vulnerabili.
Lo scenario centrale ci mostra come una riapertura senza garanzie possa mantenere elevato il costo della crisi, perché l’instabilità porta ad assicurazioni ancora alte e a passaggi politicamente condizionati, che sarebbero sufficienti per conservare una parte rilevante del premio nel sistema.

Investment view

AreaValutazioneRazionaleVariabili decisive
Brent spotNeutrale / volatileLa riapertura riduce il premio geopolitico, ma produzione e scorte rimangono fragili.Transiti, produzione del Golfo, backwardation e spread temporali.
Petrolio 2027Rischio ribassistaIl ritorno dell’offerta può superare nettamente la ripresa della domanda.OPEC+, crescita delle Americhe e disciplina dei tagli.
LNG globaleCostruttivaDanni qatarioti, ritardi nell’espansione e offerta meno elastica.Riparazioni, North Field, TTF e JKM.
Produttori Atlantic BasinSelettivamente costruttivaMaggiore domanda per forniture esterne al Golfo.Export USA, Canada, Brasile e Guyana.
Tanker e shippingCostruttiva ad alto rischioNoli elevati, rotte più lunghe e premio assicurativo persistente.Utilizzo della flotta e war-risk premium.
Stoccaggi e infrastruttureStrutturaleNuove riserve, terminali, pipeline e capacità ridondante.Capex pubblico, autorizzazioni e utilizzo.
Fertilizzanti extra-GolfoSelettivamente costruttivaMaggiore pricing power, soprattutto nei prodotti azotati.Gas feedstock, domanda agricola e distruzione della domanda.
AgricolturaRischio differitoMinore affordability dei fertilizzanti può ridurre le rese future.Applicazioni, acreage, meteo e scorte.
Importatori asiaticiCautaPressione su inflazione, valuta, sussidi e bilancia commerciale.INR, KRW, JPY, riserve e politiche fiscali.
EuropaCautaMaggiore dipendenza dal LNG globale e ritardo della disinflazione.TTF, stoccaggi, industria e BCE.
Breakeven inflationCostruttiva tatticaIl pass-through su logistica e alimentari può durare oltre il calo dell’energia.Aspettative, salari e politiche fiscali.
DurationSelettivaCrescita debole e inflazione da offerta producono segnali contrastanti.Core inflation e guidance delle banche centrali.

Il greggio presenta un rischio simmetrico, perché una riapertura credibile può produrre una correzione importante, mentre un nuovo incidente può ricostruire rapidamente il premio sul tratto breve della curva.

La tesi di lungo periodo riguarda gli asset che beneficiano dell’aumento della resilienza, ovvero LNG esterno al Golfo, pipeline, terminali, stoccaggi, infrastrutture energetiche, servizi di sicurezza, trasporto marittimo e fertilizzanti prodotti fuori dalle aree più vulnerabili.

Cosa determina la validità della tesi

La variabile da tenere sott’occhio resta il traffico reale, perché gli annunci politici devono tradursi in un aumento stabile del numero e della tipologia di navi che attraversano lo Stretto. Solo una chiara e netta riduzione dei premi assicurativi offrirà una conferma ancora più affidabile, perché ci indicherà la disponibilità del settore privato a riassumere il rischio.

La produzione del Golfo dovrà poi tornare disponibile, perché il ripristino delle rotte e delle conseguenti esportazioni non indicherà una riattivazione immediata di pozzi, terminali e raffinerie. Per quanto riguarda il petrolio, sarà necessario osservare la struttura della curva futures e la velocità di ricostituzione delle riserve strategiche. Sul gas, le variabili decisive saranno le tempistiche comunicate da QatarEnergy, l’evoluzione della North Field Expansion e gli spread tra Henry Hub, TTF e JKM.

Il monitoraggio dovrà infine spostarsi sui fertilizzanti. Urea, ammoniaca, DAP e MAP anticiperanno l’eventuale trasferimento dello shock ai raccolti e all’inflazione alimentare. La crisi potrà considerarsi realmente superata solo quando il traffico, le assicurazioni, la produzione e le scorte torneranno contemporaneamente verso la normalità.

Transiti e assicurazioniNumero di navi, tipologia dei carichi, regolarità dei passaggi e riduzione del war-risk premium.
Produzione e curve petrolifereRipresa dei flussi del Golfo, backwardation, spread temporali e ricostituzione delle riserve.
Qatar e mercato LNGRiparazioni dei treni danneggiati, North Field, TTF, JKM e nuovi contratti di lungo periodo.
Fertilizzanti e raccoltiPrezzi di urea, ammoniaca, DAP e MAP, applicazioni agricole e segnali sulle rese.

Conclusione operativa

La riapertura dello Stretto di Hormuz può influire in maniera più immediata sul prezzo del petrolio, perché una ripresa delle esportazioni e un ritorno alla normalità possono aumentare l’offerta nel breve periodo e far scendere repentinamente il prezzo.

Per quanto riguarda il gas, invece, il sistema non tornerà immediatamente alla normalità. Gli impianti LNG qatarioti hanno subito danni significativi, i cui effetti resteranno visibili per anni. A questo si aggiunge la volontà politica dei diversi paesi di ricostituire e ampliare le riserve strategiche, così da assicurarsi una gestione migliore in caso di una nuova crisi.

Gli agricoltori dovranno assorbire fertilizzanti più costosi. Di conseguenza, le banche centrali continueranno a gestire effetti inflazionistici che raggiungeranno le economie in momenti differenti. Il mercato ci mostrerà quindi l’evoluzione degli sviluppi diplomatici attraverso il prezzo del Brent.

Quello che cambia dopo la crisi di Hormuz è sicuramente la percezione e la gestione dell’energia. Le nazioni aumenteranno gli investimenti nelle infrastrutture, negli impianti nucleari e nelle energie rinnovabili, perché la crisi ha mostrato quanto il commercio mondiale sia fragile. La chiusura di uno Stretto attraverso il quale passa una quota importante dell’energia mondiale può alimentare inflazione e crisi, portando i prezzi su livelli insostenibili per aziende e consumatori.

Il mondo dopo Hormuz sarà un mondo diverso, fatto di maggiori coperture assicurative per il trasporto dell’energia, accordi di più lungo termine e, soprattutto, stoccaggi.

La nostra visione operativa è che il prezzo del petrolio potrà tornare a scendere nei mesi successivi qualora Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo, mentre il prezzo del gas resterà elevato più a lungo. Il ritorno ai livelli produttivi precedenti alla chiusura dello Stretto non sarà immediato. Prevediamo quindi una domanda sostenuta dalla ricostituzione delle riserve e dalla creazione di nuovi stoccaggi, mentre l’offerta tornerà a crescere lentamente.

Fonti principali consultate

  1. International Energy Agency, Strait of Hormuz: oil security and alternative routes.
  2. UN Trade and Development, Strait of Hormuz disruptions: implications for global trade and development.
  3. UN Trade and Development, Growth and financial implications.
  4. International Energy Agency, Oil Market Report, giugno 2026.
  5. QatarEnergy, Aggiornamento ufficiale sui danni a Ras Laffan.
  6. International Energy Agency, Gas Market Report Q2 2026, executive summary.
  7. World Bank, Fertilizer prices surge as Strait of Hormuz disruptions tighten supply.
  8. European Central Bank, Proiezioni macroeconomiche dell’Eurosistema, giugno 2026.
  9. World Bank, Global Economic Prospects, giugno 2026.
  10. Reuters, Aggiornamenti sui negoziati e sulla riapertura dello Stretto.
Il presente documento è a scopo esclusivamente informativo e non costituisce consiglio finanziario. Le analisi, le stime e gli scenari riportati riflettono le informazioni disponibili alla data di pubblicazione e possono cambiare in modo significativo con l’evoluzione del quadro geopolitico.
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