Per capire perché lo Stretto di Hormuz sia tornato improvvisamente a pesare sui mercati bisogna tenere insieme due livelli.
Da una parte ci sono le dichiarazioni pubbliche, sempre più dure, tra Washington e Teheran. Dall’altra continuano i contatti diplomatici, spesso indiretti, attraverso i Paesi che da mesi cercano di mantenere aperto un canale tra le due parti.
Le dichiarazioni pubbliche e i contatti diplomatici non procedono quindi su due binari separati. Entrambi servono a Washington e Teheran per arrivare all’eventuale negoziato da una posizione più favorevole. Il rischio è che un’azione militare, un attacco a una nave o un errore di valutazione trasformino rapidamente questa prova di forza in qualcosa di molto più difficile da contenere.
Il contestoCome siamo arrivati fin qui
Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi più importanti dell’intero sistema energetico mondiale. Collega il Golfo Persico al Mare Arabico e viene attraversato ogni giorno da una parte rilevante delle esportazioni di petrolio e gas provenienti da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar.
La sua importanza non deriva soltanto dai volumi trasportati. Il punto è che per molti Paesi produttori non esistono alternative sufficientemente grandi per deviare rapidamente le esportazioni su altre rotte.
Ogni volta che aumentano le tensioni con l’Iran, Hormuz diventa quindi il principale strumento di pressione nelle mani di Teheran. Non serve necessariamente chiudere formalmente lo Stretto: può bastare minacciare il traffico, aumentare il rischio per gli armatori o rendere più costose le coperture assicurative.
Negli ultimi mesi la tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele aveva già prodotto una riduzione della navigazione commerciale, un aumento del premio geopolitico sul petrolio e una maggiore prudenza da parte delle compagnie che operano nell’area.
Il tentativo di arrivare a una tregua aveva successivamente allentato parte delle tensioni. Il ritorno delle navi nel Golfo e la ripresa dei contatti diplomatici avevano fatto pensare che la fase più pericolosa fosse stata superata.
Gli ultimi sviluppiChe cosa è successo questa settimana
Negli ultimi giorni il quadro è tornato a deteriorarsi.
Donald Trump ha dichiarato conclusa la fase di tregua e ha rivolto nuove minacce all’Iran, lasciando comunque aperta la possibilità di continuare i negoziati. Teheran ha risposto contestando la ricostruzione americana e ribadendo di non voler rinunciare al proprio ruolo nella gestione della sicurezza dello Stretto.
Parallelamente sono proseguiti i contatti diplomatici.
Il Qatar ha continuato a svolgere un’attività di mediazione nonostante il coinvolgimento diretto dei propri interessi energetici. L’Oman, da tempo uno degli interlocutori più affidabili nei rapporti tra Stati Uniti e Iran, ha lavorato per evitare una rottura definitiva.
È proprio il ruolo degli intermediari a mostrare come la partita sia ancora aperta. Le posizioni pubbliche restano lontane, ma nessuna delle due parti sembra voler interrompere completamente il dialogo.
Il punto centrale del confronto riguarda le condizioni di navigazione attraverso Hormuz.
Washington chiede che il passaggio rimanga libero, sicuro e privo di qualsiasi forma di pedaggio o controllo unilaterale iraniano.
Teheran rivendica invece un ruolo diretto nella sicurezza dello Stretto e sostiene che non possa essere esclusa dalla gestione di una rotta che corre in parte lungo le proprie acque territoriali.
Non si discute quindi soltanto di riaprire o meno un corridoio marittimo. Si discute di chi debba controllarlo e a quali condizioni.
Il nodo strategicoPerché Hormuz conta così tanto
Il problema non è soltanto l’eventualità estrema di una chiusura totale.
Anche uno Stretto formalmente aperto può funzionare molto al di sotto della propria capacità normale. Se gli armatori percepiscono un rischio elevato, le navi possono rallentare, cambiare rotta o rimanere in attesa. Le compagnie assicurative possono aumentare i premi, mentre i costi di trasporto finiscono inevitabilmente per salire.
Il risultato è un aumento del prezzo effettivo dell’energia anche senza una vera interruzione delle forniture.
Per questo i mercati osservano non soltanto le dichiarazioni politiche, ma anche il traffico reale delle petroliere, i costi assicurativi, i tempi di attraversamento e le decisioni delle grandi compagnie di navigazione.
Sono questi gli indicatori che mostrano se la tensione resta confinata alla retorica oppure sta iniziando a colpire concretamente l’offerta.
Asset allocationLa reazione dei mercati
Il primo asset a reagire è stato naturalmente il petrolio.
Dopo le nuove minacce di Trump, il Brent è salito in una sola seduta del 5,2%, fino a 78,02 dollari, mentre il WTI ha raggiunto 73,52 dollari. Successivamente i prezzi hanno parzialmente corretto grazie alla prosecuzione dei colloqui, chiudendo comunque la settimana con rialzi rispettivamente vicini al 5,4% e al 4%.
Dopo gli ultimi incidenti, almeno quattro petroliere hanno invertito la rotta e il traffico è rimasto molto inferiore ai livelli precedenti alla guerra. È la dimostrazione che anche una minaccia intermittente può ridurre l’offerta effettivamente disponibile e sostenere i prezzi, senza che sia necessaria una chiusura ufficiale dello Stretto.
Sul mercato azionario, un’escalation favorirebbe inizialmente i produttori energetici e le società della raffinazione, penalizzando invece compagnie aeree, trasporti, industria e consumi discrezionali.
Le economie asiatiche rimangono le più esposte alle forniture del Golfo, mentre per l’Europa il rischio passa soprattutto attraverso il rincaro dell’energia importata, la riduzione del reddito reale e le possibili interruzioni nelle catene produttive.
Il dollaro potrebbe beneficiare inizialmente della ricerca di sicurezza. Più complessa sarebbe la risposta dei Treasury: la domanda di beni rifugio potrebbe sostenere i titoli di Stato, mentre il rischio di una nuova accelerazione dell’inflazione eserciterebbe una pressione opposta sui rendimenti.
Anche la reazione dell’oro è meno lineare di quanto si potrebbe pensare. Il metallo prezioso può beneficiare della ricerca di protezione, ma un aumento del petrolio capace di alimentare aspettative di inflazione e rialzi dei tassi può produrre l’effetto opposto.
È quanto accaduto l’8 luglio, quando l’oro spot è sceso dello 0,9% mentre petrolio e rendimenti obbligazionari salivano. In quella seduta il mercato ha attribuito maggiore importanza al rischio di una politica monetaria più restrittiva rispetto alla tradizionale domanda di beni rifugio.
Politica monetariaIl problema delle banche centrali
La Federal Reserve ha mantenuto a giugno i Fed Funds tra il 3,50% e il 3,75%, riconoscendo però che l’inflazione rimane elevata anche a causa degli shock energetici.
I verbali mostrano inoltre un Comitato diviso: alcuni membri consideravano già opportuno aumentare i tassi, mentre altri ritenevano sufficiente mantenere l’attuale livello.
Una nuova fiammata duratura del petrolio ridurrebbe ulteriormente lo spazio per eventuali tagli e potrebbe riportare al centro la possibilità di un nuovo rialzo. Molto dipenderebbe dalla durata dello shock: un movimento temporaneo potrebbe essere assorbito, mentre un aumento persistente finirebbe per trasferirsi dai carburanti ai trasporti, alla produzione e infine ai prezzi pagati dai consumatori.
La posizione della BCE è ancora più delicata.
A giugno Francoforte ha già aumentato i tassi di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25% e indicando esplicitamente la guerra in Medio Oriente e il rincaro dell’energia tra le motivazioni della decisione.
Le nuove proiezioni vedono l’inflazione dell’area euro al 3% nel 2026, contro una crescita limitata allo 0,8%.
Un’altra interruzione di Hormuz obbligherebbe quindi la BCE a scegliere tra il contrasto all’inflazione importata e la protezione di un’economia già debole.
Alzare ulteriormente i tassi aiuterebbe a contenere il rischio che lo shock energetico si propaghi alle altre componenti dell’inflazione, ma aggraverebbe il rallentamento economico. Ridurli per sostenere la crescita potrebbe invece indebolire l’euro e rendere ancora più costose le importazioni energetiche.
È il classico conflitto generato da uno shock stagflazionistico: prezzi più alti e crescita più debole nello stesso momento.
Scenario mapChe cosa osservare adesso
Accordo tecnico
Garanzia iraniana sul transito e intesa mediata dall’Oman sulla sicurezza delle rotte. Il premio geopolitico sul petrolio si ridurrebbe.
Stretto aperto, rischio alto
Attacchi occasionali, minacce e assicurazioni più costose. Petrolio volatile e politica monetaria restrittiva più a lungo.
Interruzione fisica
Riduzione del traffico e della produzione nel Golfo, con ricadute su LNG, raffinati, fertilizzanti, petrolchimica e trasporti.
Lo scenario più favorevole sarebbe una dichiarazione iraniana che garantisca il transito delle navi, accompagnata da un accordo tecnico con l’Oman sulla sicurezza delle rotte. In questo caso il premio geopolitico sul petrolio potrebbe ridursi e le aspettative sui tassi tornerebbero gradualmente a dipendere dai dati economici.
Lo scenario intermedio, forse il più insidioso, è quello di uno Stretto formalmente aperto ma attraversato da attacchi occasionali, minacce e costi assicurativi elevati. Il petrolio rimarrebbe volatile e le banche centrali sarebbero costrette a mantenere una politica restrittiva più a lungo.
Il rischio estremo resta invece una nuova interruzione fisica del traffico, accompagnata da riduzioni della produzione nel Golfo. Non sarebbe soltanto uno shock sul greggio: coinvolgerebbe LNG, carburanti raffinati, fertilizzanti, petrolchimica e trasporti, trasferendo l’aumento dei costi all’intera economia mondiale.
Per questo il mercato non sta osservando soltanto le dichiarazioni di Trump o le risposte di Teheran. Sta cercando di capire se le petroliere continueranno concretamente ad attraversare Hormuz.
Perché, in questa fase, sono i movimenti delle navi — molto più delle parole — a misurare la reale distanza tra guerra e accordo.